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Sostenibilità come urbanità: un pamphlet sulla densità abitativa

Miguel Loos

È ormai un luogo comune che di fronte ai cambiamenti climatici che ne minacciano l’esistenza, l’umanità debba riconsiderare i propri bisogni e le proprie abitudini per poter intravedere un futuro.

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Un pamphlet sulla densità abitativa

È ormai un luogo comune che di fronte ai cambiamenti climatici che ne minacciano l’esistenza, l’umanità debba riconsiderare i propri bisogni e le proprie abitudini per poter intravedere un futuro.
Non meno ovvio è che la chiave per affrontare questa sfida stia nella reinvenzione dell’ambiente abitato che l’uomo ha creato per sé.
Secondo statistiche recenti, la città sarà presto l’habitat naturale per la maggior parte della popolazione mondiale.
Se si vuole quindi essere realistici, è proprio verso le città che bisogna rivolgere il proprio sguardo, non solo per cercare le cause, ma anche per trovare le soluzioni ai fenomeni che portano ai cambiamenti climatici.
Douglas Foy e Robert Healy, autori di un articolo pubblicato nel 2008 sull’“International Herald Tribune”, sostengono che più le città aumentano la propria densità più diventano ecologicamente sostenibili.
Questo ovviamente è contrario al noto paradigma della città giardino eretta a simbolo di città sostenibile.
Lo sprawl suburbano, nell’America del dopoguerra, fu usato come ultima via di fuga per le classi medie e fu venduto al mondo come luogo infinitamente più salutare rispetto a quello congestionato delle città.
L’industria del real estate trapiantò nelle menti dei consumatori il sogno di una casa immersa nel verde, facendo lievitare le zone di crescita urbana fino a raggiungere
proporzioni epiche.
Valori dei terreni molto bassi, sviluppo libero della tabula rasa e rapido accrescimento delle infrastrutture viarie per il pendolare motorizzato, insieme al basso costo della benzina, hanno cambiato a ritmi sorprendenti l’immagine delle città.
Ci fu un tempo in cui gli abitanti delle città vivevano in aree densamente popolate e confinate, oggi è possibile affermare con una certa sicurezza che nella maggior parte dei Paesi occidentali si sono create delle realtà di vita suburbane: lo spazio urbano della città murata che una volta caratterizzava la società occidentale è stato appiattito e sostituito da uno sprawl a bassa densità tenuto insieme dalle telecomunicazioni e dal pendolarismo. Molto pendolarismo.

Incubo suburbano

Ancora oggi la città giardino è fortemente difesa dai suoi pianificatori e dai suoi abitanti come l’unica alternativa alla città urbana inquinata.
A loro avviso solo la città giardino dà la possibilità di vivere circondati da un paesaggio arcadico, di respirare aria pulita e di godere di un ambiente di vicinato socialmente stabile.
Infine, l’esclusività e la quiete dei sobborghi sono state identificate come l’unica opzione sicura di investimento finanziario per le classi medie.
Ironicamente, tuttavia, il sogno suburbano vissuto dalle masse ha portato a un aumento dei problemi ambientali che un tempo cercava di risolvere: la campagna ha lasciato spazio ad aree di sviluppo caotico, il paesaggio è diventato via via più frammentato, le aree di produzione agricola e gli habitat naturali si sono ridotti.
Tra casa e ufficio si estende un unicum di asfalto intasato di Suv sovradimensionati,
che portano ad ancora maggiori emissioni inquinanti.
Centri commerciali climatizzati e illuminati artificialmente sono diventati gli unici posti sicuri per annoiati adolescenti in cerca di interazione sociale.
Cibi pratici vengono trasportati in contenitori di plastica usa e getta nella vasta suburbia, per raggiungere il consumatore incollato al divano.
Siamo onesti: non è esattamente questo lo stile di vita che Ebenezer Howard aveva in mente per i felici abitanti della suburbia.
La dispersione della città si realizza a un prezzo elevato.
Non solo il traffico privato ha portato a un aumento delle emissioni di CO2: la casa suburbana, con la sua frammentazione in singole unità abitative unita a un basso isolamento termico, rappresenta un fenomeno inquinante che ha portato a un forte aumento del riscaldamento del pianeta.
Inoltre, la promozione selvaggia di queste proprietà suburbane con il sistema ipotecario subprime, accessibile a tutte le classi sociali, ha portato diritto alla crisi che oggi stiamo attraversando.
Lo slogan perpetuato di salute e benessere certamente non ha avuto un impatto positivo sullo stato attuale del pianeta.

Ritorno alla città

Come conseguenza, gli ideali della città europea compatta stanno finalmente vivendo un momento di rinascita.
Una volta disprezzata per le sue condizioni disumane, la città urbana densamente popolata è oggi portatrice, a parità di numero di abitanti, di un impatto ecologico molto inferiore a quello della città giardino suburbana.
Nelle città i trasporti urbani sono accessibili, l’uso del suolo e la perdita di energia possono essere limitati da una costruzione verticale e compatta e, aspetto ancora più positivo, c’è vita sociale all’interno degli spazi pubblici.
Molte città postindustriali oggi offrono buone possibilità di ridensificazione del tessuto urbano.
Dovremmo quindi concentrarci a sviluppare la città all’interno del suo limite esistente
piuttosto che espanderne i suoi confini, il che significa trovare usi originali per gli spazi urbani rimasti vuoti.
È necessario adottare tipologie ad alta densità per riportare le persone a vivere all’interno delle città; questo può avvenire solo se è possibile offrire tipologie abitative
appropriate per le famiglie.
Questo implica, tra le altre cose, una costruzione di tipo efficiente dal punto di vista dei costi e un investimento negli spazi verdi pubblici e privati.
Molti promotori immobiliari grideranno che questa soluzione non è fattibile ma, con un sempre maggior numero di persone che ritornano alle città, la distanza tra casa e lavoro diminuisce, il pendolarismo si riduce e il trasporto pubblico può diventare più efficiente con il risultato di un minor impatto ambientale.

Comprimere e rilasciare

Tuttavia la città compatta è ancora spesso stigmatizzata come un grigio deserto di cemento, dove i bambini non hanno spazi per giocare e conoscere la natura.
Cos’è quindi possibile fare per rendere appetibile la vita urbana? Prima di tutto bisognerebbe reinventare lo spazio pubblico urbano.
Questo comporta un investimento pubblico che richiede volontà e dedizione da parte non solo dei politici, ma anche degli imprenditori immobiliari.
Lo spazio pubblico deve essere definito come un bene comune aperto a tutti. Al momento lo spazio pubblico viene spesso visto come una sorta di fastidio, portatore di disordine sociale: non c’è da stupirsene, visto che siamo circondati per lo più da strade dominate da automobili e da boschetti pubblici mal gestiti ed ecologicamente inutili. Realizzando zone verdi strategicamente ben pianificate e ben progettate, le città potrebbero tornare a essere nuovamente attrattive.
Lo sviluppo del settore privato potrebbe giovarsi di un investimento nel verde urbano, aumentando il valore delle proprietà che lo circondano.
Anche l’abitante urbano potrebbe usufruire di una migliore qualità dell’aria e di un contatto con la natura grazie ad accessi diretti alle zone urbane verdi e alle piazze.
Basterebbero anche minimi investimenti negli spazi pubblici per vedere immediatamente l’impatto a lungo termine sul valore delle proprietà del contesto urbano, in opposizione alla strategia “costruisci e fuggi” di molti sviluppatori immobiliari. Perché non ridurre gli spazi aperti inutilizzati delle città vendendoli al settore immobiliare, e utilizzare il profitto che ne deriverebbe per investirlo nell’aumento della qualità e del valore ecologico dei rimanenti spazi verdi?

Giardini pensili

Secondariamente, e forse in modo ancora più importante, imprenditori pubblici e privati dovrebbero investire nello spazio aperto privato, garantendo al cittadino attrattive comparabili a quelle del piccolo giardino suburbano.
Perché è così complicato trovare un appartamento urbano con un grande terrazzo giardino? E perché è così difficile trovare un appartamento con una vista verso un bello spazio pubblico?
Tutte le case urbane dovrebbero avere sufficiente spazio all’aperto, così che i bambini possano correre mentre gli genitori fanno il barbecue con gli amici sotto il sole. È chiaro che per quanto siano diventati piccoli i giardini suburbani, non è possibile appendere un intero giardino alla facciata di un edificio residenziale, però perché un cittadino non potrebbe usufruire di un bel terrazzo grande dove potersi
circondare di un bosco di piante in vaso, se questo è quello che desidera?
Terrazzi e balconi sono sempre stati luoghi di transizione tra dominio pubblico e privato. A partire dall’hortus conclusus medioevale, lo spazio privato esterno ha trovato la propria strada all’interno degli spazi urbani densamente popolati, spostandosi dal piano terreno a quello del tetto. Al fondersi dello spazio interno
con quello esterno, le necessità basilari della residenza incontrano i piaceri dell’ozio e dell’intimità. Gli spazi privati esterni creano un paradiso sicuro dove il mondo esterno rimane tangibile ma allo stesso tempo l’abitante rimane all’interno del suo dominio privato. Il valore di uno spazio esterno di qualità è stato purtroppo
trascurato nelle operazioni massive di costruzione di edifici residenziali.
Tuttavia sarebbe proprio la qualità evocata da uno spazio privato esterno che potrebbe far ritornare le persone a vivere nelle città.

Spazi di transizione

La chiave per creare uno scenario attraente per la casa urbana sta nel collegamento strategico tra spazi pubblici e privati. Una transizione piacevole tra uno spazio pubblico, collettivo e privato è essenziale per ogni progetto di residenza urbana.
Se gli investimenti si concentrassero solo sugli spazi privati, la sinergia tra lo spazio privato controllato e lo spazio pubblico incontrollato sarebbe distrutta.
Concentrare le risorse sulle aree pubbliche, trascurando gli spazi privati esterni, porterebbe le persone a continuare a sognare della loro piccola casa suburbana con giardino. Questo implica che le aree collettive, intese come ingressi, hall, scale e corridoi devono essere progettati mantenendo un certo livello di attrattiva in modo che, oltre a rispondere a una pura necessità tecnica di accesso alle unità abitative, possano generare un senso di comunità all’interno dell’edificio.
Se ben collegate con gli spazi esterni, quali cortili e tetti a giardino, queste aree di accesso potrebbero liberarsi del loro aspetto anonimo fino a mutarsi in spazi sociali d’incontro. Invece di costruire asettiche coperture piane rivestite di tegole o mattonelle, dovremmo trasformarle in zone di ritiro per gli abitanti.
I ballatoi potrebbero raddoppiarsi fino a formare dei porticati, creando ulteriori spazi esterni di fronte agli appartamenti.
Allo stesso tempo le funzioni che collegano il piano terra all’intorno dovrebbero essere progettate con speciale cura.

Qualità invece di quantità

Ovviamente è essenziale per il funzionamento dello spazio pubblico che l’abitante urbano si identifichi con ciò che lo circonda. La storia dell’architettura è piena di esempi di piccoli ma piacevoli spazi esterni realizzati in situazioni di aree densamente popolate. Purtroppo nei tempi moderni, le vaste, anonime e non amate aree verdi sono costrette tra enormi edifici residenziali, portando i cittadini all’indifferenza per il verde pubblico. Questo ci insegna che non si dovrebbe promuovere la quantità ma piuttosto la qualità degli spazi verdi.
Gli edifici non dovrebbero nuotare dispersi nello spazio, ma definirlo determinandone
scala e significato. In questo senso, l’integrazione tra il design del paesaggio urbano e il progetto della casa collettiva non è un’opzione ma un obbligo.


 

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