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I falsi miti dell’architettura sostenibile

Emanuele Naboni, Elena Magarotto, AAA 2010

Molti falsi miti nell’ambito dell’architettura sostenibile
sono stati generati nel corso degli anni per proporre
una tecnologia, un materiale, una soluzione edilizia
o un sistema di certificazione: cercheremo di sfatarli.

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Greenwashing

È curioso osservare come attualmente, in Italia e nel mondo, vi siano pareccchie false informazioni riferibili al contesto dell’architettura sostenibile.
Tale fenomeno viene definito “greenwashing”, un termine che viene così descritto nelle sue peculiarità da Wikipedia: “Greenwashing è un neologismo indicante
l’ingiustificata appropriazione di virtù ambientaliste da parte di aziende, industrie, entità politiche o organizzazioni, studi professionali finalizzata alla creazione di un’immagine positiva di proprie attività (o progetti e prodotti) o di un’immagine mistificatoria per distogliere l’attenzione da proprie responsabilità nei confronti di impatti ambientali negativi.
Il termine è una sincrasi delle parole inglesi green (verde, colore dell’ambientalismo) e washing (lavare) e potrebbe essere tradotto con ‘lavare col verde’ o, più ironicamente, con ‘il verde lava più bianco’”.
In altre parole, e nella peggiore delle ipotesi, si può parlare di greenwashing quando uno studio di architettura, un ente o una società finge di occuparsi dell’ambiente compiendo azioni e strategie di immagine al fine di nascondere
attività che, al contrario, sono fortemente impattanti.
Si ritiene che il termine sia stato coniato nel 1986 dall’ambientalista Jay Westerveld, che ironicamente e criticamente osservava la pratica di molti hotel che incoraggiavano gli ospiti a riutilizzare gli asciugamani come uno sforzo per aiutare l’ambiente.
Questo infatti induceva a pensare che gli alberghi perseguissero degli sforzi per essere più ecologici, quando l’obiettivo principale era attivare una strategia di risparmio economico sulle spese di lavanderia.
Si cita questo facile esempio per indurre la trasposizione nel mondo dell’edilizia, sia a livello “politico” che dei progettisti, così come nel mondo dei produttori di materiali e componenti costruttivi: sebbene infatti sia incoraggiante vedere tante nuove costruzioni definite eco-consapevoli/eco-sostenibili, occorre prestare attenzione poiché ciò che appare verde sulla superficie può svelare tutta un’altra realtà quando si scava un po’ più in profondità alle comprovate caratteristiche dell’edificio.
Si afferma questo perché il processo di progettazione sostenibile è impegnativo e deve essere gestito da professionisti consapevoli ed eticamente corretti.
Anche nel campo dell’architettura è possibile confrontarsi con un crescente gruppo di professionisti che diligentemente cerca di progettare edifici sostenibili con adeguati prodotti, processi e sistemi.
Tuttavia, altrettanto possibile è incontrare un folto gruppo di pseudoprofessionisti, costruttori o produttori di materiali che utilizzano l’aggettivo “verde” quale stratagemma di marketing per differenziare i loro prodotti e conquistare nicchie di mercato.
A fronte di questa realtà ricca di opportunità ma anche di rischi, studenti di architettura e progettisti devono stare attenti a non cadere nella trappola del
“greenwashing”, impegnandosi con consapevolezza e reale conoscenza per capire come lavorare per un futuro più sostenibile.

Falsi miti

Oggi benessere e comfort vengono spesso ottenuti mediante impianti tecnologici, caratterizzati da grande utilizzo di energia.

Le strategie impiantistiche sono importanti nel “green building”

Vero, ma sono gerarchicamente un aspetto secondario all’architettura: troppo spesso gli architetti perdono l’opportunità di agire prima di tutto sul progetto e, solo dopo e se necessario, intervenire sull’aspetto impiantistico.
Un buon progetto architettonico, ottenuto mediante la manipolazione e l’integrazione di forma e materiali, permette invece significativi vantaggi economici e ambientali, spesso maggiori rispetto a quelli derivanti da scelte impiantistiche,
come si è accennato già nel primo paragrafo.
C’è anche da sottolineare come molte opportunità non siano pienamente
sfruttate dagli architetti per mancanza di knowhow sul tema, da cui si evince la fondamentale importanza della diffusione del sapere tecnico collegato al progettare sostenibile.
La progettazione energetica di un edificio può essere impostata su tre livelli:
• Il primo livello è la progettazione architettonica con il fine di minimizzare, attraverso scelte tecnologiche e di sistemi, le perdite di calore attraverso l’involucro in inverno e il guadagno di calore in estate, nonché di usare la luce naturale in modo efficiente.
Decisioni sbagliate in questa fase possono facilmente raddoppiare o triplicare le dimensioni degli impianti e, di conseguenza, l’energia necessaria per la climatizzazione, incidendo fortemente sul fabbisogno energetico totale e sul costo relativo.
• Il secondo livello prevede l’utilizzo e l’integrazione nel progetto di risorse energetiche rinnovabili, attraverso sistemi passivi per il riscaldamento, il raffrescamento e l’illuminazione diurna.
Corrette decisioni prese in questa fase possono ridurre notevolmente i problemi
non risolti al primo livello.
• Questi due livelli sono di competenza dell’architetto e contemplano le scelte che hanno maggiore efficacia in termini di bilancio energetico e minori costi.
L’ultimo livello è caratterizzato invece dalle scelte più “costose”: quelle legate agli impianti, spesso gestite e controllate da figure specializzate.
L’impatto dei costi impiantistici è, ovviamente, ridotto al minimo se le scelte di livello uno e due sono state ben fatte.
L’ideale e virtuoso percorso di ottimizzazione delle risorse qui sopra descritto porta alla realizzazione di edifici che possono essere definiti “energeticamente consapevoli”. Purtroppo, troppo spesso in Italia si è ipotizzato che fossero soprattutto gli ingegneri e gli specialisti (operanti al terzo livello) i veri responsabili
e decision makers del controllo ambientale dell’edificio.
Alcuni esempi di questa errata concezione possono essere identificati in edifici
totalmente inefficienti dal punto di vista energetico ma dotati di costosi sistemi fotovoltaici, impianti geotermici ecc., oppure caratterizzati da grandi superfici vetrate, climatizzati mediante impianti energivori (data l’impossibilità di mantenere altrimenti il necessario comfort termico).
O ancora, capita spesso di vedere edifici in vetro con luci accese durante il giorno, poiché la luce abbondante costringe all’uso di veneziane per evitare l’abbagliamento.
Se, dunque, in base a quanto sinora affermato le ridotte dimensioni degli impianti possono essere viste come un indicatore del successo dell’architetto e dell’efficienza energetica ottenuta, la mancanza totale di impianti è un chiaro indicatore di un edificio dalla qualità ambientale altissima: in questo caso è l’edificio stesso, con le sue caratteristiche morfologiche, costruttive e tecnologiche, a controllare il microclima, il comfort interno e il fabbisogno
energetico.
Per concludere questa prima riflessione generale sull’importanza della progettazione attenta sin dalle prime fasi alle sollecitazioni ambientali per minimizzare l’apporto energetico, si può affermare come ponendo da progettisti
una giusta attenzione ai primi due livelli si possono dimezzare le dimensioni degli impianti meccanici necessari.
Con una progettazione mirata ed esperta ci si può spingere a una riduzione
anche più ingente, pari al 90% e oltre: in alcuni climi e condizioni, gli edifici possono anche essere progettati senza impianti meccanici di supporto.
Ed ecco di seguito altri esempi di falsi miti dell’architettura sostenibile:

Un edificio che risparmia energia è un edificio sostenibile

Non sempre. Spesso la sostenibilità è limitata ai soli aspetti energetici e non vi è una visione olistica di altri temi e aspetti di grande importanza: integrazione col sito, efficienza idrica, scelta di materiali, indoor comfort, luce naturale, vivibilità solo per citarne alcuni.
Un edificio che ha la sola qualità di risparmiare energia non può essere definito sostenibile se gli altri parametri non sono considerati.

La sostenibilità è una limitazione delle possibilità architettoniche

Falso. L’architettura deve concentrarsi sulla produzione di edifici di qualità e deve essere in grado in grado di creare emozioni, deve ispirare i propri occupanti ed essere vissuta piacevolmente, in ogni senso.
In questo senso, occorre riflettere criticamente sul concetto di “forgiveness factor” (fattore di perdono) diffuso nella nostra cultura: ai nostri occhi appare più meritevole un’architettura dal forte potere evocativo ma con scarse prestazioni ambientali
che non l’opposto.
Una buona architettura ha entrambi i requisiti.

Un edificio in classe A usa poca energia

Falso.
Dal luglio 2010 La certificazione energetica è divenuta obbligatoria per ogni tipologia di edificio comprato o affittato, o su cui si interviene.
Tale strumento dovrebbe essere utilizzato da una parte per censire il parco edilizio
italiano e dall’altra per valorizzare correttamente edifici o unità energeticamente virtuose, nell’idea di poter quantificare economicamente il vantaggio che deriva da scelte impattanti sull’ambiente.
La certificazione energetica vorrebbe, quindi, fornire indicazioni sul sistema
“edificio-impianto”, che viene presentato mediante calcoli effettuati da professionisti accreditati.
Il fabbisogno di energia primaria per il riscaldamento o la climatizzazione invernale (EPH) è l’indicatore che determina la classe energetica cui l’edificio appartiene e
che dovrebbe essere influenzato dalle caratteristiche costruttive dell’involucro e degli impianti installati.
Senza entrare nel dettaglio si individuano subito i gravi limiti della certificazione energetica:
• Trascura ciecamente i consumi estivi, fatto senza alcun senso in un paese come quello italiano (ad esempio la normativa danese li contempla!). L’architetto quindi non è incentivato né costretto a pensare e proteggere l’edificio dal surriscaldamento estivo. E nella maggior parte delle regioni italiane il costo di raffrescamento incide quanto quello di riscaldamento...
• È attuata con strumenti fortemente imprecisi che, per essere chiari e semplici, risalgono a una generazione di software vecchi di 50 anni, se comparati ad altre realtà: basti pensare alla situazione, normativa e non, californiana, dove già negli anni Sessanta si svilupparono i primi software di simulazione dinamica, in grado di predire il comportamento reale di un edificio e renderlo di conseguenza più comprensibile a tutta la popolazione.
• È fortemente basata su un approccio impiantistico, in quanto gli strumenti di calcolo oggi a disposizione non sono in grado di premiare in modo corretto il valore di risparmio del progetto architettonico, inteso come forma dell’edificio, orientamento, scelta dei materiali e utilizzo di strategie passive. Il maggiore
potere di risparmio energetico è quindi trascurato!

Un edificio in legno è un edificio sostenibile

Non necessariamente.
Ogni tecnologia, in funzione di come viene utilizzata e contestualizzata, può divenire un fattore di sostenibilità o di non sostenibilità.
La valutazione di una scelta costruttiva, infatti, deve essere fatta in modo olistico con riferimento a prestazioni energetiche, termiche, fino a contemplare altri aspetti talvolta poco considerati quali la distanza del punto di estrazione e lavorazione del materiale dal cantiere, l’impatto ambientale del materiale nel suo ciclo di vita e di durabilità, nonché gli aspetti di comfort e di non nocività di materiali e componenti. Diversi materiali e sistemi costruttivi possono offrire buone o cattive prestazioni in funzione della localizzazione geografica, climatica e dello scopo del progetto:
sistemi costruttivi in legno, in acciaio o calcestruzzo devono quindi essere valutati in funzione del progetto.

La Passive House è un prototipo di architettura sostenibile

Così come per altre realtà storicamente legate all’idea della sostenibilità e del rispetto ambientale, come il legno, anche questa tipologia di edificio, così attuale, è una forte operazione di branding e commercializzazione.
Non ci addentriamo nella discussione architettonica e culturale collegata al fatto che un’architettura venga ripetuta innumerevoli volte con scarse declinazioni e contestualizzazioni.
Vorremmo invece soffermarci sugli aspetti di comfort che essa considera e presuppone.
Il modello Passive House impone un modo di vivere l’edificio non “libero”, così come dice il nome stesso l’utente è passivo, ovvero deve saper usare finestre, spazi e impianti secondo apposite istruzioni d’uso, spesso riducendo la propria libertà e il comfort stesso. Inoltre il numero basso di ricambi d’aria, atto a limitare
la dispersione di calore, mal si coniuga con il fatto che gli ambienti interni necessitano di ricambi per eliminare l’accumulo di sostanze nocive eventualmente presenti (ad esempio i composti volatili organici). In ultimo, la Passive House considera scarsamente il concetto di comfort adattivo, secondo il quale la tolleranza a più basse temperature in inverno e più alte temperature in estate aumenta quando c’è la possibilità per i residenti di manipolare le condizioni interne e di avere un contatto con l’esterno, per esempio attraverso finestre operabili.
Il concetto di comfort adattivo promuove benessere e risparmio energetico come supportato da numerose ricerche svolte all’UC Berkeley da Braiger and De Dear. Certo il concetto di Passive House racchiude molti spunti interessanti qui non
elencati, ma l’indicazione è quella di pensare oltre gli schematismi e in modo più contestuale al tipo di architettura, considerando gli aspetti umani prima di quelli energetici.

I prodotti certificati “green” da enti terzi sono la sola scelta sostenibile

La certificazione di prodotto ha il vantaggio di promuovere cicli di produzione di materiali ecologici.
Tuttavia la sua introduzione e diffusione ha contribuito ad abituare il cittadino/utente
e il progettista a etichettare ogni cosa per legittimare scelte e modelli, precludendo un ragionamento e un approccio progettuale più naturale e simpatetico.
Molti materiali locali o non certificati vengono talvolta non utilizzati pur avendo tutte le carte in regola per essere definiti sostenibili.

Un edificio sostenibile è più costoso

Ecologia ed economia sono spesso considerate in opposizione tra di loro, specialmente nel settore delle costruzioni. Ma non è così.
La comune etimologia greca delle due parole – oikos, cioè casa, habitat – ne rivela l’essenza comune.
Nonostante esista una concreta difficoltà nel valutare e quantificare i costi legati
alla progettazione sostenibile, negli Stati Uniti si stanno portando avanti in questi anni molte ricerche a tale scopo.
La realtà, dunque, appare diversa dalle prime impressioni o suggestioni. Recentemente è stata svolta in questo Paese dalla società Davis Langdon una ricerca sul costo della progettazione sostenibile.
Sebbene sia impossibile determinare, a priori e in modo scorporato da un esempio preciso, il costo o la percentuale di incremento del costo della progettazione sostenibile, lo studio ha dimostrato come essa, qualora iniziata dalle prime fasi, non abbia un costo maggiore rispetto alle modalità “tradizionali”.
Altri dati in questo senso giungono da una ricerca effettuata da Greg Kats su 170 edifici sempre negli Stati Uniti, in cui si afferma che l’incremento medio del costo della costruzione sostenibile è pari all’1,4%, cui va aggiunto il risparmio energetico conseguente alle scelte effettuate e alle tecnologie utilizzate, che può giungere fino al 34%.

Immagini


 

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AAA architetticercasi 2010 - secondo classificato

ARCHITETTICERCASI 2010,GOOD PRACTICES  /  ottobre 2010

Matteo Parini, Roy Nash, René Dlesk / P-U-R-A, Milan (I), 2010

 

AAA architetticercasi 2010 - terzo classificato

ARCHITETTICERCASI 2010,GOOD PRACTICES  /  ottobre 2010

FLU design, Giuseppe Francavilla, Luciana Mastrolonardo, MIlan (I), 2010

 

AAA architetticercasi 2010 - quarto classificato

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